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Teologia Escatologica – Parte XIII

Riflessioni sul cattolicesimo di oggi
Pubblicato da in Teologia Escatologica ·
di Francesco Franco Coladarci
La tua Parola è una Lampada al mio piede, una Luce nel mio camminoSalmo 119:105
Siamo arrivati al termine di questa breve riflessione sulla Teologia Escatologica, veramente ridotta all’osso, in quanto si potrebbe dire ancora molto e scendere ancor più nei particolari, ma sarebbe divenuta pesante, ritengo che la sostanza sia stata detta.
Volendo fare un breve riepilogo in merito all’escatologia o al fine ultimo dell’uomo (Novissimi), posso riassumere in poche righe ciò che gli studi teologici del XX secolo affermano.
-      La persona nella sua natura umana è data da due princìpi costitutivi, “Anima e Corpo”, non si può definire persona se manca uno di questi due princìpi, nell’anima non esiste ilemorfismo.
-      Al momento della morte si risorge con un corpo spiritualizzato, un corpo che non soggiace più alle leggi fisiche, il quale è sottomesso completamente all’anima.
-      La persona si presenta dinanzi a Dio, ed in Dio si vede per quella che è, giudicandosi di tutti i suoi atti esplicitati quando era sulla Terra, il Giudizio è un Auto-Giudizio, Dio constata e non costituisce tale giudizio.
-      Il Giudizio è “Particolare” in quanto personale, ed è contemporaneamente “Universale” in quanto appartenente all’universalità del genere umano.
-      La “Purificazione” (ciò che chiamiamo Purgatorio) avviene nello stesso istante del giudizio, in quanto desiderosa di possedere il Sommo Bene ma desiderosa di purificarsi dei suoi errori, in quell’istante vengono da Dio applicati i benefici salvifici del Sangue e Corpo di Gesù Cristo, nel contempo le vengono ascritti tutti i suffragi in suo favore compiuti nel mondo fisico, passati, presenti, futuri.
-      Nel suo pieno libero arbitrio determina la sua destinazione, Paradiso (Beatitudine) o Inferno (Dannazione) e questo, per sempre, eliminando il concetto di Apocatastasi.
La dottrina Cattolica, pur rimanendo ancora in alcune definizioni della Benedictus Deus, come ad esempio, il giudizio universale e la risurrezione dei morti alla fine del mondo, ha modificato alcuni suoi aspetti in merito alla “Pena” (espiazione).
Vero è, che nella nostra temporalità necessita delle categorie proprie, sia riguardo al tempo (aspetto la risurrezione…), sia allo spazio come luogo.

Quando ad esempio si parla di purificazione, spesso si usa la categoria del “Supplicium” cioè piegarsi, pena corporale, tormento, tortura, patimento, sofferenza, fuoco inestinguibile, ecc. nella nostra comprensione necessitano queste categorie per comprendere uno stato in cui si trova la persona, ad esempio, un fidanzato dice alla fidanzata “brucio d’amore per te”, è evidente che tale termine indica il suo stato emotivo verso la sua fidanzata, e non che effettivamente e materialmente esso brucia.

Anche il “Luogo”, è un modo di esprimersi per indicare la situazione delle varie persone in cui si trovano, e non un luogo letterale, il quale sussiste solo nel nostro mondo fisico.
Sicché, nel 1992 la dottrina cattolica rimase quasi immutata rispetto alla Benedictus Deus di papa Benedetto XII, ci furono degli “aggiustamenti” in merito al “Luogo”, definendolo non più un “Luogo letterale” , ma uno “Stato” in cui “l’anima” si trova, sicché l’anima non viene dal purgatorio, ma con il purgatorio, cioè con uno stato in cui si trova, come la scomparsa del “Limbo” il quale era stato a suo tempo da parte di Pietro Abelardo, un escamotage teologico per contrastare il rigorismo agostiniano.

Comprendiamo anche che la Santa Madre Chiesa esercita prudenza in certe definizioni, inoltre, certe verità di fede necessitano del tempo per una maggiore comprensione e per una nuova definizione.

In questa seppur breve trattazione teologica sulla Escatologia, possiamo unirci al Santo Padre Giovanni XXIII.
Pienamente Possiamo Credere
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Note
[1]
Il Tempo non è un assoluto, il quale è unico in tutto l’universo, esso è relativo all’osservatore e allo spazio.
Quando si osserva una stella la cui distanza è di 12 Miliardi di anni/luce, significa semplicemente che l’osservazione fatta è la stella com’era 12 miliardi di anni fa, e non com’è adesso, stiamo osservando il suo passato non il suo presente.
Sono sicuro che avete letto il “Paradosso dei Gemelli”, sulla Relatività di Albert Einstein, tale teoria fu confermata da un esperimento di qualche decennio fa, in sostanza, più la velocità è prossima alla luce più il tempo rallenta, se due gemelli aventi 25 anni, di cui uno parte con un’astronave e l’altro rimane sulla Terra, il viaggiatore viaggia alla velocità prossima alla luce diciamo per due anni all’andata e altrettanto per il ritorno, ebbene quando ritornerà egli avrà 29 anni mentre il suo gemello sarà morto all’età di 90 anni.
Attribuire il nostro tempo (il quale non è un assoluto), a Dio è un errore, ed è Dio stesso a farcelo notare.
Salmo 89:4
4 Ai tuoi occhi, mille anni
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.
Il turno di veglia durante la notte è di “tre ore”, ciò che è l’istante, ad esempio della purificazione, nel nostro tempo potrebbero essere anni, ma sarebbe un errore trasportare i nostri anni nell’istante purificatorio, necessita rimanere nelle proprie categorie.
[2]
Nella scolastica medievale prese piede Ilemorfismo, una speculazione filosofica la quale attribuiva all’anima una certa materialità, chiamata “Materialità spirituale”, degno di nota che tale concetto fu applicato anche agli angeli, in sostanza tali pensieri vennero esplicitati nella seguente affermazione di Ibn Gabirol:.
1) Tutte le sostanze, sensibili e spirituali, sono composte di materia e forma. Pertanto, anche le creature angeliche possiedono una loro dimensione materiale: materia sottile o spirituale.
2) La materia possiede di per se stessa, al suo interno, un principio di attività.
3) Nelle realtà create vi è una successione e una compresenza di forme differenti che concorrono alla loro determinazione.
Per Pietro di Giovanni Olivi, afferma E. Gilson, “l’anima è fatta di parecchie forme disposte in gerarchia (vegetativa, sensitiva, intellettuale) legate dal loro comune rapporto con una materia spirituale.
Poiché la materia delle facoltà dell’anima è la stessa, l’azione dell’una muove, per così dire, questa materia comune, la cui vibrazione si comunica alle altre facoltà, che la percepiscono. Non c’è dunque azione diretta e immediata di una facoltà sull’altra, ma soltanto indiretta e mediata, in ragione della solidarietà naturale delle forme unite in una materia comune” .
In tal modo l’anima razionale non è di per sé e direttamente forma del corpo, ma lo diventa solo attraverso le altre forme, in virtù del comune riferirsi a una medesima materia spirituale; se infatti l'anima intellettiva fosse direttamente forma del corpo, non potrebbe essere da questo separabile. Questa tesi, sviluppata dall’allievo di Olivi Pietro di Trabes, sarà condannata dal Concilio di Vienna nel 1311
Secondo il pensiero di Pietro di Trabes, l’anima non è sostanziale al corpo ma lo è in modo accidentale, per questo motivo rientra nell’eresia, fatto interessante è la ripresa da parte dei protestanti sia del XVI che del XX secolo, di questa eresia, poiché Pietro di Trabes pone con la morte del corpo anche quella dell’anima, sicché quando l’uomo muore tutto si annichilisce, corpo e anima, tesi proprio dei protestanti.

Come scrive Abbagnano, “S. Tommaso rigetta il principio, stabilito da Avicenna e seguito dall’agostinismo francescano, che in un composto permangano le forme dei vari elementi componenti, e che perciò nell’anima umana sussistano, assieme alla forma intellettiva, anche le altre.

Secondo san Tommaso questo forme diverse, non possono coesistere se non in diverse parti dello spazio, ma così sono giustapposte, non fuse, e non danno luogo a un vero composto, che risulta sempre dalla fusione dei suoi elementi. Dunque nell’anima umana c’è una sola forma, quella superiore intellettiva, che compie pure le funzioni inferiori”. E se la tradizione francescana, derivata dal neoplatonismo arabo-giudaico, aveva considerato plausibile l’esistenza di una materia dell’anima (seppure diversa dalla materia dei corpi-materia spirituale), e aveva dunque riconosciuto la presenza di materia e forma all’interno della stessa anima, Tommaso separa drasticamente l’anima dal corpo, introducendo quel principio dualistico il quale si differenzia dal “dualismo platonico” cui la filosofia occidentale è rimasta legata fino a oggi, di conseguenza l’anima non è accidentale al corpo ma è sostanziale ad esso, per cui l’anima pur essendo immortale non può sussistere per se stessa ma sempre in simbiosi con il corpo in quanto è in tale simbiotica che sussiste la “natura umana”.

Concludo dicendo che, l’anima separata non è né un uomo, né una persona, dopo la morte del corpo essa mantiene una certa “Tensione verso il proprio corpo”, sicché essa è più perfetta e rispondente al disegno di Dio “Facciamo l’uomo a nostra……somiglianza, con il proprio corpo che non senza.
[3]
La parola di Dio viene esplicitata nella parola dell’uomo, secondo la cultura del tempo, mentre la sostanza (la parola di Dio) rimane sempre quella, ciò che invece se ne modifica sono gli accidenti, i quali vengono esplicitati secondo il tempo e la comprensione che se ne adduce.
Un esempio è più che pertinente.
Prendiamo i Comandamenti, in modo particolare in Esodo cap.20:17
Non desiderare la casa del tuo prossimo.
Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo

Desiderare la “Casa” del prossimo è volere un bene illecito, ma vorrei far notare che la “Casa” è un “Oggetto” compreso tutto quello che è di sua pertinenza.
Secondo la mentalità patriarcale, la donna, i servitori, gli schiavi sono compresi come degli “oggetti” della casa, e questo vale anche per la “Moglie”.
Secondo la cultura del tempo, la moglie al pari delle altre cose, non è un “Soggetto”, ma un “Oggetto” da usare secondo il proprio volere.

Ora, se leggiamo lo stesso comandamento il quale vieta di desiderare, concupire, ciò che non è il proprio, notiamo una diversa comprensione pur rimanendo inalterato la sostanza del comandamento.
Deuteronomio (ripetizione della legge)
Cap.5:21
Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo.”

In Deuteronomio (scritto al tempo della deportazione a Babilonia) la sostanza non è cambiata, “non desiderare o non concupire”, sono cambiati gli accidenti, giacché la “Moglie” non è più un “Oggetto” al pari degli atri oggetti, ma diviene il “Soggetto” (almeno nella forma), mentre in Esodo è posta in subalterno alla casa, in Deuteronomio è posta come soggetto principale della casa, rendendo la medesima subalterna ad essa.

Queste diciamo, sfumature, ci fanno comprendere la necessità di epurare dalla scrittura la terminologia propria dell’uomo, la quale potrebbe andar bene per un certo tempo ed una certa cultura, ma non andrà bene per un tempo ed una cultura diversa.

Le verità di fede sono sostanziali e quindi immutabili, ma come queste debbano essere nel tempo attualizzate rientra nella “Prassi Ecclesiam” o uno “Ius Ecclesiae”, le quali possono essere mutate secondo una più profonda comprensione.

L’argomentazione è stata ridotta, per non appesantire la trattazione, si può dire di aver scritto l’essenziale.
Un ulteriore argomento sarebbe il “Lumen Gloriae”, cioè, come coniugare l’affermazione di san Paolo il quale disse “vedremo Dio faccia a faccia, e l’apostolo Giovanni lo vedremo come egli è, con l’impossibilità da parte di una creatura finita conoscere  l’essenza del creatore infinito, sarà oggetto di un’altra riflessione.
Pax et gaudium in Dominum Deum nostrum
Francesco Franco Coladarci



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19/08/2019
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